RSS

Archivi categoria: Immagini dalla piazza del 13 Febbraio 2011

Immagine

ROVESCIARE LA CURA

ROVESCIARE LA CURA

Annunci
 

Discendenti senza futuro Luisa Muraro

 

 

Video dalla Piazza di Siena del 9 e 10 luglio 2011

http://www.livestream.com/radioarticolo1live/video?clipId=pla_d4fb3bec-a2a8-4f78-8367-b6995111d352&utm_source=lslibrary&utm_medium=ui-thum

 
1 Commento

Pubblicato da su 12 luglio 2011 in video

 

Cristina Comencini: noi il campo non lo lasciamo

Cristina Comencini: noi il campo non lo lasciamo.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 29 giugno 2011 in video

 

INTERVENTO DI LUISA MURARO A REGGIO EMILIA

Luisa Muraro

 

Originalità del femminismo italiano

Non esiste, in senso stretto, un femminismo “italiano” perché il movimento delle donne che comincia nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso (detto seconda ondata femminista), è un movimento internazionale per nascita[1].

I grandi movimenti che nascono nell’Ottocento hanno proclamato il loro carattere internazionale contro le tendenze a chiudersi nel nazionalismo, le quali però spesso hanno finito per prevalere, com’è accaduto con la prima guerra mondiale. Il femminismo della seconda ondata nasce e si sviluppa in un momento storico caratterizzato da un intensificarsi degli scambi internazionali, scambi animati dalla ricerca di culture alternative (a quella occidentale), dalle passioni politiche (movimento contro la guerra nel Vietnam) e dalla ribellione giovanile verso l’ordine costituito (il Sessantotto).

Il movimento delle donne si formò non in seguito a, ma sullo stesso slancio di questi movimenti, distaccandosi dalle loro ideologie, dal loro linguaggio e dalle loro pratiche. Separarsi dalla politica degli uomini per formare gruppi di sole donne, è stato ovunque il gesto inaugurale della seconda ondata femminista. Non fu un gesto contro gli uomini, sebbene così fosse inteso dai più, ma fu un atto di indipendenza nei loro confronti e un esodo dall’ordine simbolico patriarcale.

Il taglio sprigionò grandi energie femminili. L’ondata si alzò in un primo tempo nei paesi del mondo occidentale ricco, raggiungendo poi alcuni paesi del blocco comunista e del cosiddetto terzo mondo. Il movimento non aveva organizzazione e non l’avrà mai; si espandeva per contatti e per contagio. Fin dagli inizi – che le storiche fanno risalire al 1966, l’anno delle prime rivolte studentesche negli Usa – le idee, le notizie e le pratiche hanno circolato da un paese all’altro, tradotte, copiate, modificate, reinventate, grazie ai viaggi, alle amicizie, agli amori, ai convegni, alle pubblicazioni, in un rapporto di osmosi che cancellava i confini e molte differenze, ma non impedì il formarsi di nuove differenze che hanno vivacizzato il campo femminista, non senza polemiche e conflitti talvolta aspri.

Per quello che riguarda l’Europa, la divisione principale ha ricevuto l’etichetta di femminismo della parità versus femminismo della differenza. La divisione si formò in un secondo tempo, quando le istituzioni pubbliche, in testa quelle dell’Europa unita, interpretarono il movimento delle donne nel senso di una domanda femminile di parità e nacque così il “femminismo di stato”, che considera discriminatorio ogni segno di differenza sessuale e mette al centro della sua azione la spartizione del potere tra donne e uomini.

Il femminismo autonomo, in continuità con quello degli inizi, ha cercato invece di dare un senso libero alla differenza sessuale e vede nell’affermarsi positivo della differenza femminile, insieme alla migliore garanzia dell’uguaglianza, una premessa per restituire protagonismo alle persone contro il sistema di potere.

Per rendere conto delle differenze interne al campo femminista, alcune militanti hanno proposto di parlare di femminismo al plurale: i femminismi. A mio giudizio, si tratta di un espediente che facilita l’esposizione dei contenuti ma non aiuta il confronto tra le persone in quanto le identifica con le loro prese di posizione come se l’incontro non potesse modificare le persone e generare nuovi punti di vista.

D’altra parte il ricorso al plurale non risolve il problema del nome “femminismo”, che risale al XIX secolo ed è il prodotto di una marcata tendenza alla oggettivazione del pensare e dell’agire, che s’incontra soprattutto nella cultura francese e ha infestato il vocabolario con decine e decine di “ismi”.

Perciò, a questo nome molte preferiscono o aggiungono altri nomi come rivolta femminile, politica delle donne, movimento delle donne, considerati dei quasi sinonimi. Questa varietà di nomi può apparire equivoca ma ha lo scopo di impedire l’oggettivazione di un processo storico la cui profonda coerenza non ha nome, processo che, per sua natura si diffrange in una pluralità non numerabile di vicende esistenziali, di relazioni intrecciate e di contingenze storiche.

Al nome, d’altra parte, non si è mai dato molto peso. La cosa veramente importante, indipendentemente dal paese, dalla cultura, dalle scelte esistenziali e politiche, ecc., non è il femminismo. Se una è femminista, per lei è importante che ci sia libertà per ogni donna che viene al mondo, libertà di pensare e di agire in rispondenza ai propri desideri e, prima ancora, libertà di desiderare senza misure stabilite da altri: che sia lei, la singola, l’interessata, a dire e decidere quello che la riguarda. E che ci sia chi l’ascolta, in primo luogo le sue simili. Questo punto è sentito come molto importante ed è in rottura con quelle politiche riformiste che promuovono la giustizia sociale passando sopra la volontà e le scelte delle persone interessate.

La differenza italiana è emersa passo passo diventando manifesta nel corso degli anni Ottanta. Riguarda soprattutto il femminismo autonomo con effetti positivi sulle donne impegnate nel femminismo di Stato. Naturalmente, oltre a non essere uniforme, il femminismo in Italia è sempre stato permeabile agli scambi e alle contaminazioni con le donne e le idee di altri paesi. Ci sono testi che consideriamo “nostri”, cioè caratteristici del femminismo italiano, semplicemente perché, una volta tradotti e commentati, hanno segnato il nostro pensiero politico più fortemente che nei loro paesi d’origine. Penso specialmente a due: Le tre ghinee di Virginia Woolf, apparso originariamente in Inghilterra nel 1938 e Speculum di Luce Irigaray, apparso in Francia nel 1974. D’altra parte, ci sono testi e idee di origine italiana che circolano in altri paesi quanto o più che da noi.

Ma, prima di parlare dell’originalità del femminismo italiano, paradossalmente occorre sostenere la sua esistenza.

L’esistenza di un movimento femminista in Italia è reale e ampiamente documentata. Ad esso dobbiamo una trasformazione tuttora in corso per quello che riguarda le donne nella consapevolezza e nell’immagine che hanno di sé così come nei rapporti che intrattengono tra loro e con gli uomini, e per tutto ciò che ruota intorno a questo nucleo relazionale e personale, che è moltissimo.

Ciò nonostante, passati i primi anni Settanta, vale a dire gli anni in cui il movimento diventò rapidamente un fatto di massa, la percezione di quello che stava succedendo si è come indebolita, a giudicare dai mezzi di comunicazione che hanno annunciato più volte il tramonto o la morte o il riflusso del femminismo: il lessico variava ma l’idea era quella. Per le donne impegnate nei gruppi, nelle iniziative e nelle imprese del movimento, numerose in ogni parte d’Italia, era come aprire il giornale e trovarsi a leggere il proprio necrologio: falso e molto spiacevole. Per altre, ha voluto dire essere fuorviate e tenute all’oscuro di qualcosa che le riguardava molto da vicino. Più recentemente, si è detto che un movimento femminista c’è stato ma che non ha cambiato in meglio né la condizione femminile né la società italiana, anzi. Similmente, gli studiosi che si dedicano a descrivere lo stato presente delle cose e delle forze che lo muovono, sono sempre apparsi a corto di curiosità e di strumenti per rivolgersi verso la società femminile e per indagare sulle sue trasformazioni, che pure da decenni stanno incidendo nella vita del paese. Pensiamo solo al calo delle nascite.

Un fenomeno soltanto è stato tempestivamente notato ed è il cosiddetto sorpasso scolastico per cui le studentesse sono diventate numericamente e qualitativamente superiori agli studenti. Notato e commentato, sì, ma senza fare precisi collegamenti al movimento femminista, quale potrebbe essere il nuovo rapporto che si è creato tra madri e figlie dentro un quadro di fine del patriarcato.

Naturalmente la crescente autonomia delle donne non passa inavvertita, ma i fatti che registra e amplifica il nostro sistema d’informazione, si susseguono in disordine e non ricevono collegamenti sensati con la storia recente del femminismo. Il movimento femminista è stato estromesso dal racconto corrente della società e della politica italiana, ha scritto giustamente la giornalista Bia Sarasini sul Corriere della sera del 24 aprile 2010.

Molte circostanze concorrono al misconoscimento dell’esistenza di un forte e originale movimento femminista in questo paese. Ne citerò alcune per arrivare a quelli che potrebbero essere i motivi di fondo.

Il giornalismo politico, per registrare l’esistenza dei movimenti e valutarne la forza, si basa abitualmente sulle loro manifestazioni pubbliche in massa. Questo criterio è poco adatto al movimento delle donne sul quale agisce come un vaglio grossolano che trattiene le cose più grosse e si lascia sfuggire quelle fini.

Il movimento delle donne, come tutte le cose reali, si manifesta nei suoi effetti. Gli effetti propri del femminismo hanno a che fare con la libertà femminile, che è materia finissima.

Tra gli effetti possono esserci anche le manifestazioni di piazza ma solo in maniera occasionale. Sono manifestazioni tipicamente una tantum. Nel gennaio del 2006 a Milano ci fu una grande manifestazione per difendere la legge 194 che riguarda la regolamentazione dell’aborto, erroneamente considerata una legge abortista e come tale portata al mercato del do ut des da alcuni politici per i loro scopi. Recentemente, il 13 febbraio2011, in molte città ci sono state grandi manifestazioni per esprimere indignazione verso la volgarità sessuale del capo del governo e per significare di esistere per sé stesse, donne che non sono a disposizione, secondo la secca risposta con cui Rosi Bindi chiuse la bocca dell’insolente Silvio Berlusconi. Le manifestazioni del 13 febbraio hanno fatto una notevole impressione all’estero perché contraddicevano l’immagine di donne italiane mute e acquiescenti, diffusa anche dai nostri media.

Torniamo così ai mezzi di comunicazione. Il loro linguaggio e i loro interessi rispecchiano una diffusa resistenza maschile ad abbandonare il centro della scena. Questo vale per il linguaggio in generale in tutti i campi, anche quelli della cultura, dell’istruzione, della religione. Nasce talvolta il sospetto di una nascosta ma perdurante misoginia; lo fa nascere una rappresentazione offensiva delle donne che continua a proporsi sotto il pretesto della pubblicità e dell’intrattenimento.

Ma, oltre a questi aspetti, traspare qualcosa di più preciso. Stiamo assistendo, in Italia, a una curiosa operazione che è di annunciare un neo-femminismo che starebbe subentrando, a detta dei media, a quel movimento femminista che, secondo loro, sarebbe presto sparito o che avrebbe presto tralignato, un neo femminismo che, a differenza di quello storicamente reale, sarebbe centrato sulla parità e sulla spartizione del potere. Insomma, un’operazione di riscrittura della storia con la tecnica del palinsesto e con lo scopo di omologare le donne al mainstream del potere economico e culturale nel mondo globalizzato.

Più recentemente, tra le modalità del misconoscimento, c’è da mettere il ricorso a un certo paradigma globale, ancora in via di formazione ma già all’opera[2]. La globalizzazione spinge a misurare l’economia e la politica secondo un modello uniforme che ha i suoi criteri e  fa le sue graduatorie con scarsa attenzione ai contesti e alle differenze qualitative. Il modello del paradigma globale, in continuità con il femminismo di Stato, privilegia la parità tra i sessi come risposta alle esigenze femminili e questo fa apparire arretratezza ogni risposta che tenda invece a valorizzare la differenza sessuale e le altre differenze. È alla luce di questo paradigma, per quel che riguarda la condizione femminile, che l’Italia appare “indietro”.

La radice del misconoscimento sta nel fatto stesso di una originalità che non collima con gli interessi e le esigenze di chi è in posizione per interpretare e guidare il corso delle cose dandone una conveniente rappresentazione generale.

Il femminismo italiano non è conforme all’idea corrente del femminismo che dai più viene considerato un movimento di rivendicazione dell’uguaglianza e dei diritti da parte delle donne, cioè come un prolungamento del femminismo dell’Ottocento. E non è nemmeno conforme all’idea corrente di movimento politico, che viene normalmente inteso come movimento di persone e idee finalizzato a conseguire determinati obiettivi oppure, trattandosi di un partito, a conquistare il potere politico secondo le regole stabilite. Insomma, il femminismo in Italia non è conforme alla sintesi politica realizzata dalla borghesia europea.

Questa originalità, come ho detto sopra, non era tale agli inizi; si è manifestata con il passare del tempo, a causa che il movimento delle donne in Italia si è sviluppato mantenendosi fedele all’ispirazione degli inizi, quando in tanti paesi dell’Occidente ricco si alzò la nuova ondata femminista, con tutta l’energia politica e culturale di quegli anni, ma con una differenza che il pensiero femminista in Italia ha continuato ad approfondire in pratica e in teoria. E cioè: no all’emancipazione che pareggia le donne agli uomini, valore della presa di coscienza e primato della relazione in quanto luogo privilegiato della presa di coscienza e di parola, la relazione e la presa di coscienza essendo congiuntamente la fonte principale dell’autonomia che dà libertà.

La capacità di svilupparsi nella fedeltà alle origini, da parte del movimento femminista, ha trovato delle circostanze favorevoli, fra le quali la presenza di alcune pensatrici dotate di notevole personalità, in primo luogo Carla Lonzi. Lo storico della filosofia contemporanea Franco Restaino, invitato a collaborare a un volume collettaneo sulle avanguardie della filosofia italiana nel secolo scorso, dopo aver notato che tutti i nostri pensatori di spicco del secolo XX sono debitori a correnti originarie di altri paesi, scrive: “l’unica eccezione riguarda il pensiero di orientamento femminista prodotto nel nostro paese, contemporaneamente al e non in dipendenza dal pensiero femminista di area statunitense, inglese e francese, dagli anni settanta a oggi”. E dedica gran parte delle pagine seguenti al profilo di Carla Lonzi[3].

Il movimento femminista nel nostro paese non è mai diventato femminismo di Stato. Quest’ultimo c’è ma è stato introdotto dall’Europa con le politiche comunitarie e si è variamente adattato al contesto dominato dal femminismo autonomo. Del quale ha ripreso molti temi e alcune pratiche, con il quale ha avuto molti scambi e momenti d’incontro. Un conflitto non mediabile si è aperto però sulla questione del potere politico: il femminismo autonomo afferma la possibilità e la necessità di un agire politico non solidale del mezzi del potere; il femminismo di Stato, che oggi è diventato un neo-femminismo sostenuto dai media, preme perché il potere politico (e possibilmente ogni altra forma di potere) venga spartito d’ufficio (pari opportunità, “quote rosa”) tra donne e uomini.

Si tratta, chiaramente, di un crinale spartiacque, che ci introduce a un secondo titolo di originalità del femminismo italiano.

Il pensiero femminista in Italia – dopo la fase iniziale della separazione dagli uomini  che, mai rinnegata, è stata integrata da una pratica di relazione nella differenza – ha tradotto l’esperienza di libertà fatta nei gruppi di presa di coscienza, in una scoperta che interessa tutti e che può ispirare una nuova concezione dell’agire politico, non senza un lavoro di approfondimento ed elaborazione che esige la partecipazione di uomini. Uno slogan esprime questo passaggio che per tanti aspetto rimane una sfida aperta: “La politica è la politica delle donne”.

Il lavoro di approfondimento ed elaborazione comporta da parte femminile uno sforzo per “tradurre” le invenzioni della politica femminista in un linguaggio intuitivo per gli uomini ai fini di un confronto e di uno scambio, problema e impegno che hanno presenti anche altre esponenti del femminismo radicale in altre parti del mondo.

Presenterò due tentativi di “traduzione” ai quali ho partecipato, fatti a distanza di parecchi anni, rispettivamente nel 1992 e nel2009, incontesti diversi soprattutto per i mutamenti intervenuti, fra i quali la rivoluzione delle tecnologie nella comunicazione e la globalizzazione dell’economia.

La prima “traduzione” si rivolge a intellettuali e militanti che, dopo il collasso dell’Unione sovietica e quello, meno clamoroso, mascherato da cambiamento del nome, del Partito comunista italiano, hanno risolto di restare fedeli all’idea comunista e all’eredità marxista.

Il testo è tutto centrato sul tema della pratica in politica. Ci sorprende, diciamo in apertura, costatare quanto sia difficile farsi capire sulla nozione e sull’importanza della pratica anche dai comunisti, nonostante la grande lezione di Gramsci[4]. Alla mancanza di una pratica politica, noi attribuiamo lo sbandamento della sinistra.

Parliamo poi dell’organizzazione, pratica dominante nella tradizione della sinistra, ma ormai in crisi, e spieghiamo che cosa sta al posto dell’organizzazione nel movimento delle donne: abbiamo in comune un certo numero di pratiche che ci trasmettiamo e che adottiamo liberamente nei diversi contesti. Il primo posto viene dato alla pratica del partire da sé, in effetti caratteristica del linguaggio e dei discorsi circolanti nel femminismo, non facile da far intendere a chi non la conosce in prima persona. Il partire da sé è un pensare non in base ad una rappresentazione ma ad un rapporto vissuto personalmente tra sé e ciò che è in questione, esplicitandolo: io dove sono, che cosa desidero, che cosa m’interessa di questa faccenda. È come schiodarsi da una fissità di dentro e fuori, io e gli altri, nel tentativo di situarsi non astrattamente. Da ciò facciamo discendere una critica del riformismo e dell’attivismo sociale come forme di un volontarismo ingannevole.

Fra le pratiche presentiamo anche la continuità tra politica e il resto, come vita privata, cultura, ecc., continuità che il pensiero femminista in effetti ha sempre proclamato in aperta polemica con la società maschile: il personale è politico, non c’è separazione tra pubblico e privato. Nel testo che sto riassumendo, ci interessa arrivare a dire che “le forme della politica non devono soppiantare le forme della vita”. Questa istanza è stata ripresa recentemente in un manifesto sul lavoro pubblicato dalla Libreria delle donne, con queste semplici parole: primum vivere, polemicamente opposte a una scienza economica che non ci ha risparmiato di finire in una crisi che ora si vuole risolvere sacrificando le migliori conquiste sociali[5].

Dalle forme della politica passiamo alla questione del potere. Perché possiamo fare politica insieme a uomini, diciamo, è indispensabile che vi sia presa di coscienza maschile sul potere. Il nostro contributo, sempre nei termini di un sapere guadagnato praticamente, riguarda la forza simbolica ma efficace di un’autorità non più identificata con il potere: c’è “la possibilità, provata praticamente, di creare autorità senza potere nei rapporti sociali”[6]. Segue un invito a esplorare le possibilità dell’agire politicamente in questa direzione.

Vengono infine alcune riflessioni sul capitalismo e sulla parola “comunismo”. Di questa lamentiamo la carica ideologica; verso il primo, uscito vittorioso dal confronto con il sistema socialista, avanziamo alcune critiche “non coincidenti con quelle della sinistra tradizionale”. Sono le critiche di una differenza femminile che non si riconosce felicemente nella logica del profitto, insieme al valore fondamentale da noi dato alla relazione basata sulla fiducia, relazione “marginale in una società capitalistica”, che però noi consideriamo, in base alla nostra pratica, “la mediatrice della libertà femminile”[7].

Il tema del potere si trova al centro del secondo tentativo di “traduzione”, fatto nel 2009, cioè nel contesto di una globalizzazione già in corso e già incorsa in una serie di incidenti, se così possiamo chiamare una serie di guerre che non ha fine e la crisi delle economie occidentali che minaccia, insieme al welfare, l’avvenire delle generazioni da poco entrate nel mercato del lavoro.

Si tratta della Prefazione di un libro firmato da Diotima, la comunità filosofica dell’Università di Verona, e intitolato significativamente Potere e politica non sono la stessa cosa[8].

Torniamo a riflettere – così si aprela Prefazione– sul fatto che, per agire politicamente, non abbiamo cercato né il posti né i mezzi del potere, fatto che caratterizza l’agire di Diotima e di tutto il femminismo del XX secolo. (Quest’ultima affermazione non è esatta, se consideriamo il femminismo di Stato che in alcuni paesi è la forma prevalente del femminismo.) Nel ricorso ai mezzi del potere, continuala Prefazione, noi femministe abbiamo visto un’espressione del patriarcato e abbiamo concepito la politica come un agire che si avvale di relazioni e scambi in cui le persone interessate portano l’energia dei propri desideri e la lucidità della verità soggettiva.

Il libro Potere e politica riprende la medesima questione oggi, in un quadro mutato anche grazie al femminismo. Fra i mutamenti c’è il tramonto del patriarcato con la caduta della separazione tra privato e pubblico, e la fine del tacito contratto sociale che assegnava le donne alla cura del privato e gli uomini alla responsabilità del pubblico. Oggi, che ne è della questione potere e politica, si chiedono le due autrici della Prefazione, per costatare che le cose si presentano oggi come molto cambiate rispetto agli inizi del movimento: tra privato e pubblico c’è osmosi, le tecniche di potere si sostituiscono all’autorità tradizionale delle donne nel lavoro di cura, i media fanno entrare la soggettività più intima nella visibilità pubblica… Tra politica e potere, quale che sia il potere in questione, c’è confusione e la politica ne esce immiserita, tanto che da essa prende le distanze chi cerca di esprimersi liberamente: la politica non m’interessa, dice paradossalmente la persona che parla e agisce con vero spirito politico.

Occorre dunque trovare delle mosse per sottrarsi all’invasione del potere. Schivata è un nome che abbiamo dato alla mossa di sottrazione di sé alla cattura nel potere invasivo.

Nonostante tutto, il reale racchiude possibilità inedite e la mutata condizione femminile lo dimostra, dice ancora la Prefazione. Comegiocare i nostri guadagni nelle mutate condizioni dell’oggi? Come contendere la vita della politica alla cattura del potere? Nell’insieme, la risposta delle due autrici, che anticipa quella dell’intero libro, è un rilancio del significato e delle forme della politica, ma viene prima la capacità di leggere nella realtà che cambia e per riuscirci, dicono, conviene interrogarsi a partire da sé, una pratica che qui viene proposta come “un mettersi a distanza da sé per leggere attraverso di sé la realtà a cui partecipiamo”[9]. Parole, queste ultime, che evocano una mirabile risposta di Clarice Lispector, La passione secondo GH alla domanda sulla traiettoria: noi siamo la traiettoria.

Noi siamo la traiettoria. Il detto si applica esattamente a ciò che avviene ormai delle persone nell’economia globalizzata, attraversate come sono dai movimenti della “megamacchina” del capitalismo finanziario che le lascia svalorizzate e impoverite di beni materiali a volte e di beni morali molto spesso[10]. Ma se così è, il detto può e deve applicarsi anche alla risposta: che ci attraversi l’energia relazionale e che ci animi la consapevolezza dei nostri desideri, a cominciare da quelli più grandi e intransigenti: di felicità e di amore. Di ciò è questione nella politica delle donne.


[1] Riprendo, a cominciare dal titolo, lo spirito e la lettera di un testo che accompagna La politica del desiderio (libro+dvd) di Flaminia Cardini Lia Cigarini, Luisa Muraro, Manuela Vigorita, L’Altravista-Libreria delle donne, Milano 2010; il testo è a cura di Clara Jourdan.

[2] Cfr. Lynn Hunt, La storia culturale nell’età globale, tr. di Giovanni Campolo, ETS, Pisa 2010.

[3] Franco Restaino, Il femminismo: avanguardia filosofica di fine secolo. Carla Lonzi, in Piero Di Giovanni (a cura di), Le avanguardie della filosofia italiana del XX secolo, Franco Angeli, Milano 2002, pp. 269-286.

[4] Lia Cigarini e Luisa Muraro, Politica e pratica politica, “Critica marxista” n. 3-4, maggio-agosto 1992; i miei riferimenti sono al testo riprodotto in  Lia Cigarini, La politica del desiderio. Introduzione di Ida Dominijanni, Pratiche, Parma 1995, pp. 219-228.

[5] Immagina che il lavoro, “Sottosopra”, ottobre 2009.

[6] Lia Cigarini, La politica del desiderio, cit., p. 225.

[7] Ibi, p. 226.

[8] Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori, Napoli 2009;la Prefazione è firmata da Luisa Muraro e Chiara Zamboni.

[9] Ibi, p. 3.

[10] Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011.

 

La troupe di Strisica la Notizia aggredisce Lorella Zanardo

qui di seguito il  link per leggere l’accaduto e guardare il video integrale del documentario” Il CORPO DELLE DONNE”

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2011/05/11/sosteniamo-lorella-zanardo/

ma potete seguire la vicenda  anche direttamente sul suo Blog: 

http://www.ilcorpodelledonne.net/?p=5822

 

IL SILENZIO IN ROSA

Il  fragoroso silenzio delle donne, o almeno della stragrande maggioranza delle loro organizzazioni, associazioni, reti, rappresentanze collettive a due settimane dalle elezioni comunali e   per saperne di più clicca sul link seguente:

http://schiavazzi.blogautore.repubblica.it/